Uomo di vivace intelligenza e spiccata sensibilità, Luigi Migone fu docente e professionista di spicco della Medicina Interna italiana, una personalità di riferimento che dedicò la sua vita alla ricerca medica. I suoi studi costituirono la base scientifica e clinica che portò alla nascita, nel 1957, della Società Italiana di Nefrologia (SIN), fondata dal Prof. Migone insieme al Prof. Monasterio, Clinico Medico a Pisa.

L’esperienza presso l’Università degli Studi di Parma ebbe inizio nel 1958, quando il Prof. Migone venne chiamato a ricoprire la Cattedra di Patologia Speciale Medica.

  • Luigi Migone, un maestro da ricordare

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Le Autorità e gli Allievi che si sono succeduti come relatori

Da sinistra: Giuseppe Pelosio, Luigi Migone, Lauro Grossi e Carlo Chezzi

Il suo contributo alla crescita dell’Ateneo di Parma fu significativo. Qui, infatti, fondò una sua Scuola e un suo personale metodo che presto si diffuse nelle sedi ospedaliero-universitarie di varie regioni e che formò numerosi clinici d’eccellenza. Nell’ambito degli indirizzi della Scuola, nel corso del tempo si sono formati gruppi di ricerca di primo piano, riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero.

Un’iniziativa fortemente voluta dal Prof. Migone e da lui stesso presieduta fino alla sua scomparsa, è l’Associazione “Emma ed Ernesto Rulfo” per la Genetica Medica, la quale mette a disposizione da vari anni fondi importanti per sostenere la ricerca scientifica.

Durante la sua attività, Luigi Migone fu impegnato anche nel processo di ristrutturazione edilizia dell’Ospedale Maggiore di Parma: grazie alla sua personale iniziativa, furono rinnovate alcune parti della struttura e vennero introdotte pregevoli novità in ambito ospedaliero, oltre che tra le attività della Facoltà di Medicina.

Nel corso della sua lunga carriera di medico, il Prof. Luigi Migone è stato membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e ha ricevuto la medaglia d’oro per i meriti della scienza e della cultura. Ampio e vario è stato il suo impegno nella trattatistica di base e nella promozione di convegni scientifici, nell’ambito dei quali ha presentato importanti relazioni inerenti alla Medicina Interna.

Nota e sempre viva fu la fede cristiana che lo accompagnò anche nella funzione di Presidente dell’AMCI di Parma, ruolo che rivestì dal 1965 al 1993. Nell’ultimo periodo della sua vita, poco prima della sua scomparsa avvenuta nel 2002 a causa del cancro, si dedicò alla produzione di alcuni scritti nei quali rifletteva sulla morte ormai imminente.

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Nella foto: Luigi Migone

Nella foto: Luigi Migone con l’equipe delle infermiere della prima Patologia Medica circondate da numerosi medici. Da sinistra Ivonne Gambazza, Vittoria Contini, Mirella Magagnotto, Luigi Migone, Olga Ferrari, Amelia Dalla Tana e Giuseppina Gorreri

Nella foto: Luigi Migone e Vittorio Andreucci

LEGGI UN ESTRATTO DEI TESTI DI LUIGI MIGONE

Temo proprio che stia per venire il mio turno. Ho tanto letto, studiato ed anche scritto e discettato e partecipato a didattici pubblici su questo evento, ma ben diverso è il filosofare in confronto a una diretta, personale esperienza. Sono ormai arrivato nelle vicinanze della frontiera e aspetto la mia chiamata da un giorno all’altro per il controllo del visto sul mio passaporto atto a varcare il confine. C’era una gran folla al di là, che si muove come se non avesse ancora raggiunto la meta finale. Non so come se la saranno cavata nell’attraversare la dogana. Non riesco bene a distinguere volti che mi erano famigliari, ma che sono da tempo resi evanescenti dalla lontananza.

È vero che ogni giorno milioni di uomini e donne in tutto il mondo, vanno verso un destino irrevocabile, tanto da rendere banale una riflessione su di un fenomeno tanto comune. Eppure questa prospettiva, nella coscienza del caso singolo, si manifesta come una radicale e sconvolgente novità. Gli estranei che si sentono al di fuori di una imminente scadenza di morte, sembrano poco capaci di ascoltare colui che è già condannato da previsioni già calcolate in termini temporali di tipo statistico, ma senza che sia precisato per un prossimo futuro l’entità e la durata delle eventuali sofferenze. I pochi famigliari e amici possono dare tutta la loro comprensione ma non partecipare ad un dolore fisico che colpisce l’alterità di persone in diversa intensità secondo le sensibilità individuali.
E chi sente incombere l’attesa dell’ultimo valico, non può evitare uno stato di allarme per ogni comune incidenza morbosa di cui non riesce a interpretare la causa e teme sia prodromo dell’evoluzione del male maggiore: così subentra uno scoraggiamento che può travolgere prematuramente l’esistenza. In alternativa si pongono possibili tregue della memoria, che consentono periodi transitori di ritorno alla normale attività, con il conforto degli attuali interessi e di tutti i residui legami che compongono l’affettività propria delle relazioni interpersonali e sociali. Se si allentano questi ultimi ancoraggi e compaiono i più sgraditi problemi della vita. Quel che un tempo veniva rapidamente superato o sopportato può accentuare una già dolorosa intolleranza, tanto da minacciare delicati equilibri.

L’esperienza del dolore fisico non può separarsi da tutta la personalità, poiché coinvolge momenti emozionali e cognitivi e tutta una riflessività di ordine psicologico che varia secondo non solo biologiche o fisiologiche, ma anche culturale e ambientali distinte per ogni individuo. Le difficoltà per superare queste reazioni portano spesso ad uno stato di solitudine che viene avvertita come una morsa. Allora viene cercata la comunicazione nel tentativo illusorio di liberarsi da una prigione che diventa inesorabile. Quasi mendicando quel che altri non possono dare.
So bene che i pur dovuti analgesici non bastano se non sono integrati da supporti spirituali, e non possono liberare da quella infelicità esistenziale che si associa a una visione della morte. Limitata soltanto ad un piano di immanenza. Io vorrei dire che sono qui pronto per affrontare una visione trascendente, ma cerco aiuto per resistere e per non restare ottenebrato dal dolore quando starà per impadronirsi di me o sarò offuscato dai sedativi. Invoco il Signore che ha tanto sofferto per me e sempre conosciuto e accompagnato i miei passi ed ora più che mai posso sentire vicino.

Desidero affidarmi alla Sua volontà, invocando la forza della Fede, durante questa vicenda che mi sovrasta, mentre non posso immaginarne l’ulteriore decorso; e chiedo aiuto per mia moglie se mi dovrà assistere, per attenuare lo smarrimento dell’ultima fase della vita. Solo l’amore di Cristo incarnato nella sofferenza umana può portare ad una liberazione, che Egli stesso ha raggiunto attraverso il calvario. Ed ora mi sostiene il pensiero che nella pur limitata esperienza umana questo cammino può identificarsi in una costante preghiera, non più fatta di domande legate a specifici bisogni, già ben noti a Dio, bensì permeata da una completa fiducia che non si arresti nelle prove più dure.
Si discute tanto sulla rivelazione di verità ai colpiti da malattie che si ritengono irreversibili. Io stesso ho difeso una fondamentale importanza del coraggio come condizione di fronte al male, per vederlo lucidamente, e non subirlo come vittima passiva, e per dominarlo senza venire costretto dall’inganno e dall’ignoranza di una prossima fine. Ma di quale coraggio si parla? Sul piano intellettuale si può operare un distacco dal dolore fino ad esorcizzarlo per tenerlo lontano, ma all’interno del trauma fisico si può restare incapaci di resistere alla violenza di una ferita biologica che soggioga e che non sembra lasciare scampo.

Alla psicologia si cerca di affidare una soluzione dei più cruciali problemi, ma si profilano indirizzi che non appaiono sufficienti se non assistono risorse soprannaturali. A queste vorrei rivolgermi, al di là delle mie immaginazioni di un futuro ignoto che non posso inseguire.
Come Pietro avvolto dalla paura di venire inghiottito dalla tempesta, io grido nei momenti più oscuri: salvami o Signore. Posso invocare salvezza non dalla morte, ma dai colpi più aspri che dovranno precederla. Vorrei mi fosse data la forza di sopportarli, così da non rimanere in quell’abbandono che sembra inevitabile ai confini dell’abisso di un estremo traguardo. Chiedo al Signore di conservarmi quella fiducia che può sola salvare, fini a fare partecipare la mia alla Sua sofferenza. Allora con Ungaretti posso ripetere “D’un pianto solo mio non piango più”. Ecco Ti chiamo: Santo, Santo, Santo che soffri. Con la fede che mi porta nelle braccia del Signore, cerca allora di allontanare il calice più amaro, ma di trovare la forza di dire: non la mia ma la Tua volontà sia fatta.

Se vengono a indebolirsi le forze per riprendere quella intensa ed estenuante attività di studio, di letture, di partecipazioni più profonda alle rassicuranti voci della natura e dell’arte riflesse in tanti umani rapporti, l’animo potrà accasciarsi e irretirsi fino a ritirarsi da molte iniziative per cadere in una nuova abitudine di rassegnazione che porterebbe con sé una sorta di rimorso e di umiliazione. Sorge allora la domanda se e quando questo declino consenta uno straordinario appello ad ulteriori ricorsi alla propria autonoma volontà. E se questi non bastano, fino a che punto l’abbandono al volere di Dio deve limitarsi alla sfera contemplativa o anche permeare un’attività calata nelle residue possibilità di vita quotidiana? Ora proprio nelle difficoltà di svolgere i più pratici compiti, io cercherei una giustificazione dell’ultima fase di esistenza ormai ristretta ai limiti di un termine che si presume vicino. Potrei allora trovare una via di salvezza con l’accettazione delle sofferenze, nell’ottica di un’offerta a Dio per una pur modesta partecipazione alla Sua redenzione ed una continua comunicazione con la Sua presenza e con tutte le vittime del dolore e del male.

Quanto dal male fisico e psichico viene sottratto alla mia integrità non sarebbe perduto, se venisse offerto per colmare le perdite di altri sofferenti. E se questo non è un miraggio ma un’aspirazione al di fuori di ogni utopia, davvero la Fede può scoprire il significato più profondo di quanto resta da vivere e giustificarlo nell’ambito di uno scopo anche più valido di quel che sembrava sostenere tutta la vita passata, quando era ben lontana dagli ultimi travagli. Si apre un nuovo cammino che, se non sarò capace di percorrere da solo, al di là delle parole, potrà trovare conforto in quella fortezza che è sostenuta da una superiore speranza.

È noto che molti individui sani non sembrano preoccuparsi troppo di un destino finale che può essere vicino a loro insaputa e ne rimuovono spesso il pensiero: quel pensiero stesso che invece viene raccomandato nel Vangelo, quando esorta a vegliare perché l’ultimo tempo a noi riservato entrerà in casa come un ladro inavvertito e inaspettato. Se ora le diverse risorse della scienza consentono di fissare i gradi di probabilità dell’ultima scadenza, proprio gli infermi informati dei rischi vicini potrebbero ribaltare gli atteggiamenti più negativi, cogliendo la conoscenza della propria sorte non come un incubo opprimente, bensì come un privilegio che consenta una preparazione personale al supremo incontro, con un adeguato riconoscimento di solidarietà umana e di valori inditi in una sublimazione del mistero del dolore e della morte.

Il mio cammino si inoltra nel deserto. Tanti miei amici e conoscenti e compagni di lavoro sono scomparsi, se ne sono andati in silenzio e mi hanno lasciato in una solitudine che avverto come smarrita apprensione.Cresce la folla dei volti perduti, e non so, e nessuno mai saprà, come e quanto ha sofferto chi ha affrontato l’ultimo valico, se lo ha atteso e con quale trepidazione ha intimamente sopportato l’imminenza della fine. Ma coloro che chiamiamo morti dove si trovano adesso? Domanda vana se essi sono al di fuori del tempo e dello spazio: eppure persistiamo a domandarci se si ricordano della vita terrena, mentre ci appaiono come puri spiriti o inafferrabili fantasmi ormai al di fuori delle più comprensibili e sperimentate comunicazioni.

Quale differenza può aversi tra le anime dei morti, ormai spoglie di tutte le proprietà fisiche, e i fantasmi o le ombre di altre persone che appartengono al nostro lontano passato e non hanno ancora lasciato la vita terrena? Queste, se sembrano ancora presenti tra noi, si sono ormai ridotte in ben altre sembianze, sono soltanto immagini impalpabili di quelle forme ed espressioni che animavano un mondo scomparso.
Come è noto da vari studi filosofici, e particolarmente da Bergson, la memoria del passato reagisce e impronta di sé l’esperienza del presente. E specie dalle ricerche psicobiologiche, viene confermato che la realtà obiettiva del passato non viene mai recuperata, è selettiva, è ricostruzione imperfetta dell’esperienza, avendosi sempre una rielaborazione di rapporti reciproci colo presente, per interferenze molteplici e variabili, di pensieri e sentimenti.

Le componenti cognitive della memoria esplicite nella consapevolezza e le memorie implicite nell’inconscio, interagirebbero tra di loro, così da dare, secondo Joseph Le Doux, una qualità emotiva al ricordo delle emozioni passate. Anche nel campo storico Lucien Fabvre. ritiene che a noi resta una continua ricostruzione di ricordi, onde vengono costituite le scienze storiche, come possiamo oggi concepirle, tralasciando quella verità assoluta, che il credente soltanto affida alle mani di Dio. Si tratta allora di una forma di conoscenza sorta dall’immaginazione di figure che cambiano col tempo e non possiamo ancora fissare, come non sono per noi definite le visioni dei trapassati che attendono nella luce della fede la loro destinazione.

La vita della memoria sembra quindi trovare una identificazione fra i morti e coloro che riteniamo ancora presenti solo vivono nel passato, poiché tutti fanno parte di un nucleo unitario della nostra natura. E i ricordi non sono più delle vane reminiscenze che pretendono di distruggere le tracce del tempo, bensì delle rievocazioni che in ogni caso si muovono su un piano di pura spiritualità. Le rappresentazioni che tentiamo di sollevare da anni lontani possono così diventare realtà ricreate nella stessa vita cui siamo ancora legati, di una vita aperta a molti e insperati arricchimenti, pur al di fuori di ogni ingannevole miraggio. In altre parole si apre per noi la possibilità di rivivere, se sia mantenuto un livello di continua, lieta o dolorosa adesione a valori che consideriamo trascendenti, in quanto superano la capacità del nostro più comune sentire.

Patetiche illusioni? Ascesi mistiche staccate da ogni materiale legame? Direi piuttosto metafore o premonizioni di un supremo anelito di verità che sembra nato da provvisorie vicende, ma che al di là della vita e della morte, attende per ognuno un’ultima unione comunitaria quale compimento essenziale dell’esistenza umana.